Fast fashion

Fast fashion

FAST FASHION

Prima del XXI secolo, che ha portato una facile accessibilità e diffusione dei capi di abbigliamento, i vestiti nel corso della storia sono sempre stati considerati un lusso, dalla Francia del Re Sole fino all’Italia della Seconda Guerra Mondiale.

Con il passare degli anni abbiamo assistito all’aumento del prezzo di molti beni di consumo come ad esempio la benzina, le bollette di luce e gas, il cibo e molti altri. In parallelo, con fenomeno della delocalizzazione della produzione, il costo dei vestiti è sceso vertiginosamente.

Da quando l’oriente ha aperto e reso disponibili i suoi servizi di produzione e confezionamento al mercato occidentale, le aziende di moda per risparmiare su tasse e sulle paghe dei lavoratori, hanno delocalizzato le proprie fabbriche in Cina, India e altri paesi asiatici, dove ci sono pochi controlli e non hanno problemi con lo sfruttamento di lavoratori e minori.

Di conseguenza i prezzi dei vestiti sono scesi ulteriormente, creando il fenomeno “Low Cost” e del “Fast Fashion”una moda usa e getta, che realizza abiti di bassa qualità a prezzi super ridotti e che lancia nuove collezioni continuamente e in tempi brevissimi. (sì, stiamo parlando delle grandi catene che si trovano ormai in ogni città e in qualsiasi centro commerciale)

A un primo sguardo, si potrebbe pensare: “che figata, vestiti nuovi ogni volta che voglio a prezzi ridotti”, ma sappiamo questa mentalità non è sufficiente, dobbiamo porci delle domande, approfondire e conoscere meglio chi ci presenta tutto questo come se fosse una cosa fantastica. Queste aziende hanno come prima (e probabilmente unica) priorità, quella di generare profitto.

Rivendere abbigliamento a basso costo, significa produrlo a basso costo, e produrre a basso costo significa non dare importanza a tantissimi aspetti della produzione, dei lavoratori e dell’ambiente.

Oggi possiamo vedere come le persone attribuiscano un valore a un oggetto in base al suo costo, dunque non si fanno problemi a buttare un capo di abbigliamento pagato poco.

Il problema è che con l’avvenire del fast fashion si è verificata un’enorme sovrapproduzione di vestiti dovuta a queste mille nuove collezioni, brevi e a prezzi ridotti per invogliare il cliente ad acquistare continuamente.

Si calcola che vengano prodotti all’anno 80 miliardi di capi di abbigliamento, di cui una grande percentuale è merce indesiderata o di bassa qualità, che dopo poco tempo viene gettata nella spazzatura o finisce ad inquinare le acque dei fiumi rilasciando tutti i prodotti chimici che contiene (per non parlare delle emissioni di CO2 e gas serra).

Ormai siamo dipendenti dalle offerte, dall’acquisto compulsivo e dallo shopping sfrenato. Abbiamo bisogno di avere un vestito nuovo ad ogni evento, in ogni foto, per vantarci con gli amici e sentirci più belli e sicuri di noi stessi.

La durata di un capo di abbigliamento è diminuita del 50% rispetto a 15 anni fa e solo l’1% dei materiali utilizzati per produrre vestiti viene riciclato. Andando avanti così si esauriranno presto le risorse della terra e l’inquinamento schizzerà alle stelle, per un’inversione di rotta bisogna informare ed essere informati, perché “People care when they know”.

Ti consiglio il libro di Luisa Ciuni e Marina Spadafora “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” che ci ha aperto gli occhi su un mondo che conoscevamo poco e da cui abbiamo anche preso ispirazione per scrivere questo articolo. Grazie!

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Fonti:

- “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” Marina Spadafora
www.friendlyshop/fastfashionS