Bambini che lavorano, sfruttamento minorile.

Il lavoro minorile nel 2021

Quando siamo in giro a fare shopping nelle grandi catene spesso ci lasciamo convincere e attrarre da offerte allettanti, che ci propongono un prodotto in linea con i canoni estetici della moda del momento ad un prezzo davvero stracciato.

Dietro ad un semplice vestito di bassa qualità e di basso costo ci sono però materie prime altamente impattanti per l’ambiente e dannose per la salute e delle persone costrette a lavorare in condizioni pessime, di cui una grande parte sono dei semplici bambini.

In molti paesi in via di sviluppo infatti, la difficoltà di ricevere un salario dignitoso crea la necessità di far lavorare tutti i membri della famiglia per arrivare a fine mese.

L’Onu stima che nel mondo ci siano 152 milioni di bambini impegnati in lavoro minorile (11% della popolazione di bambini mondiale).

Il lavoro minorile interferisce con l'istruzione ed è pericoloso per lo sviluppo fisico, mentale e sociale.

Questa realtà crea un ciclo infinito di povertà dovuta alla mancanza di un’istruzione che possa offrire loro la possibilità di ottenere lavori pagati dignitosamente quando diventano adulti.

Vengono scelti i ragazzi più giovani a causa delle loro piccole dita con cui riescono meglio a raccogliere il cotone e a ricamare e rifinire gli abiti, 7 bambini su 10 infatti lavorano in agricoltura, mentre gli altri vengono sfruttati nelle fasi di tintura e di imballaggio.

Voglio raccontarvi la storia di Iqbal Mashi:

Iqbal Mashi è un bambino nato nel 1983 in Pakistan che a soli 5 anni venne venduto dalla sua famiglia ad un fabbricante di tappeti per pagare le prime nozze del fratello maggiore. Ben presto, il suo datore di lavoro lo ridusse in schiavitù, obbligandolo a lavorare in condizioni al limite dell’essere umano tanto che Iqbal tentò la fuga molte volte, anche se invano.

Nel 1992, però, il bambino riuscì a scappare e a presenziare ad una manifestazione per il Fronte Di Liberazione Dal Lavoro Schiavizzato, durante la quale fece un appello ai partecipanti denunciando le proprie condizioni di lavoro. Un sindacalista presente nel pubblico ne rimase a tal punto affascinato da prendersi a cuore la vicenda, strappando Iqbal dalle sue sorti e permettendogli di seguire quegli studi che tanto sognava.

Purtroppo, nel 1995 il bambino venne ucciso proprio all’esterno di una chiesa, si pensa per mano della mafia dei tappeti che lo vedeva come una minaccia, e da quel momento diventò un simbolo importante da tenere a mente e da seguire per contrastare questo mercato disumano.

Secondo il Global Slavery Index 2018 della Walk Free Foundation, la moda è tra le 5 industrie che trae più vantaggio dalla diffusione della schiavitù moderna. Il 58% di queste persone si trova nei principali paesi produttori di cotone e abbigliamento: Cina, Packistan, Bangladesh e Uzbekistan.

Nonostante le dichiarazioni e le richieste, nessun grande colosso dell’abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro vestiti in Asia, Africa, America Centrale o Europa orientale siano pagati in modo dignitoso per non cadere in povertà.

Se volete approfondire questo argomento, un film che parla di questa triste situazione è “The true cost”, prodotto dal regista Andrew Morgan in collaborazione Livia Giuggioli e Stella McCartney.

Per provare a salvaguardare i diritti dei lavoratori esistono realtà come La Fair Wear Foundation. Un'istituzione olandese che lavora con brands, fabbriche, sindacati, ONG e talvolta governi per verificare e migliorare le condizioni di lavoro in 11 paesi produttivi in Asia, Europa e Africa.

Quando vi imbattete in un capo o in un’azienda che detiene come noi il certificato FAIR WEAR significa che gli standard di lavoro nelle fabbriche dove l’indumento è stato prodotto prevedono :

  • lavoro volontario
  • nessun lavoro minorile
  • nessuna discriminazione di genere, età, colore, razza, religione, nazionalità, appartenenza sindacale o handicap
  • pagamento di un salario dignitoso
  • condizioni di lavoro sicure ed igieniche
  • orario di lavoro conforme alle leggi e agli standard di settore
  • rapporto di lavoro legale

Noi consumatori dovremmo farci delle domande, cercare risposte ed essere più curiosi, chiedendo ai brand più impegno, investimenti, responsabilità e trasparenza.

Da italiani, dovremmo sfruttare il nostro primato internazionale nell’abbigliamento puntando sulle caratteristiche che più ci contraddistinguono: qualità, design, innovazione e unicità. 

Scegliere cosa acquistiamo può fare veramente la differenza e cambiare le cose, non da un giorno all’altro, ma un passo alla volta!

Ringraziamo e citiamo le fonti che ci hanno aiutato e ispirato a scrivere questo articolo :

1- La rivoluzione comincia dal tuo armadio, di Luisa Ciuini e Marina Spadafora.

2- www.fashionmind.it